
In Italia, sono oltre 300mila, circa il 7% del totale, le imprese straniere. Un’avanzata che la crisi negli ultimi due anni ha rallentato, ma non fermato.
La lunga marcia degli imprenditori immigrati prosegue inarrestabile. Parliamo di piccoli imprenditori e di ditte individuali, d’accordo, ma tutt’altro che marginali se attualmente il loro contributo in termini di valore aggiunto si aggira intorno al 10% del pil italiano.
Un’avanzata che la crisi negli ultimi due anni ha forse rallentato, ma di sicuro non fermato. Continua infatti anche al tempo della recessione l’espansione di quella che, a buon diritto, può essere considerata una componente tra le più dinamiche tra quelle dei nuovi imprenditori. Anche i dati più recenti non lasciano dubbi su portata e spessore di questa onda lunga.
Nella prima metà del 2009, quando era dappertutto un chiudere bottega, sono stati circa 20 mila gli immigrati che hanno dato vita a una nuova impresa. È vero che nello stesso periodo ce n’erano altri 13 mila che tiravano definitivamente giù le serrande, ma resta comunque un saldo positivo di +7 mila. Cifra che porta a oltre 300 mila le imprese individuali italiane con a capo un titolare nato in un paese non appartenente all’Unione Europea. Cioè, più o meno il 7% del totale.
Intraprendente e giovane (il 15% ha meno di 30 anni, il 70% meno di 50) s’avanza insomma un nuovo “popolo della partita Iva”, destinato a sostituire entro tempi brevi il vecchio. Anche perché il suo aumento è in controtendenza rispetto all’evoluzione storica di un tipo di imprese da alcuni anni in lenta, ma progressiva riduzione. Una vera emorragia, in verità.
Lo dimostra il fatto che il pur significativo apporto degli immigrati non è sufficiente ad invertire la tendenza del fenomeno: mentre le imprese di immigrati negli ultimi 2 anni crescevano di circa 34 mila unità, quelle con titolari nati in Italia sono diminuite di quasi 100 mila.
Un’imprenditoria, quella degli immigrati, che ha anche una forte valenza sociale. Perché non dimentichiamo che fare impresa vuol dire accettare responsabilità, verso il mercato e la società, rispettare le regole. Per un cittadino immigrato guadagnare il ruolo di imprenditore significa accreditarsi presso i propri connazionali e verso la comunità in cui vive e opera. Un trend che andrebbe incoraggiato anche dalle istituzioni, dal momento che rappresenta una leva fortissima per far crescere la loro integrazione nel territorio.
Ma in quali campi operano queste imprese? Cosa fanno gli immigrati quando diventano imprenditori? La maggior parte, oltre 100 mila imprese, circa il 50% del totale, si occupa di commercio. Tra le altre, vanno forte quelle connesse alle costruzioni (intorno al 30%) e le manifatturiere (circa il 10%).
Quanto ai paesi di provenienza, un imprenditore su quattro viene dall’Africa, con il Marocco (50 mila titolari di impresa) a fare da capofila. A seguire, Senegal (14 mila imprese) Tunisia (11 mila) Egitto (10 mila) e Nigeria (6 mila). L’Europa – con oltre 60 mila presenze – occupa la seconda piazza: Albania (27 mila titolari) Serbia e Montenegro (8 mila) Macedonia (4 mila) Moldavia e Ucraina (entrambe con poco più di 2 mila) i paesi più rappresentati. Tra le presenze asiatiche, spicca la Cina che con oltre 33 mila imprese è il secondo paese in assoluto più rappresentato.
Analizzando infine la distribuzione settoriale delle imprese di immigrati per paese di provenienza del titolare, si scopre che il 33% del commercio è in mano al Marocco, mentre la Cina controlla la stessa percentuale di alberghi e ristoranti.
[Fonte: Confcommercio.it]

